Paradise Now,
Post-scriptum a Philippe Franck (Bruxelles, febbraio–dicembre 2025)
« We will bomb the reality made for us with all the realities that live within us.« [1]
Werner Moron
Vorrei dire che questo non è un addio, ma una pausa in questa conversazione infinita che Philippe portava avanti con il mondo, con il suono, con le idee… e, molto egoisticamente, con me, giorno dopo giorno, e spesso anche a notte calata.
Cercherò dunque di fare come lui — intrecciare alcune voci e pensieri che amava, alcune risonanze, includendovi la sua, di cui sono stato così spesso il depositario in questi ultimi quattordici anni.
« Perché ogni volta, e ogni volta singolarmente, ogni volta insostituibilmente, ogni volta infinitamente, la morte non è nulla di meno che una fine del mondo. » […][2]
Jacques Derrida
Vorrei davvero dire che non è un addio, che mi lascia un vuoto, certo, ma… che mi lascia soprattutto uno spazio. Uno spazio da abitare, da nutrire, da trasformare. Come diceva Octavio Paz: “Ogni cultura nasce dal mescolamento, dall’incontro ma anche dagli shock.”[3] E se dico che è stato certamente questa mescolanza, questo incontro, questo shock creativo permanente per molti, non credo di mentire, né tantomeno di esagerare. Non è stato l’unico a essere così, certo. Ma parlo prima di tutto per me.

E vorrei dire che non è un addio e che questo ultimo shock sarà creatore, e potrei continuare così a fare belle frasi un po’ stucchevoli… Ma non è affatto quello che sento adesso. Adesso resta un vuoto in cui non riesco tuttora a vedere alcuna bellezza. Insomma…
[…] « Allora il sopravvissuto resta solo. Al di là del mondo dell’altro, è anche, in qualche modo, al di là o al di qua del mondo stesso. Nel mondo fuori dal mondo e privato del mondo. Si sente, almeno, l’unico responsabile, chiamato a portare con sé insieme l’altro e il suo mondo, l’altro e il mondo scomparsi, responsabile senza mondo, senza il suolo di alcun mondo, ormai, in un mondo senza mondo, come senza terra oltre la fine del mondo. »[4]
Jacques Derrida
Riascolto il brano « Epitaph to Stephan Dunkelman »[5] che l’artista Maurice Charles JJ ha composto alla morte di questo amico amatissimo di Philippe, compositore singolare e collaboratore di Transcultures. La sua scomparsa, quattro anni fa, ci aveva scossi. Rimugino. Pensieri piuttosto sgradevoli. Forse dovrei smettere di scrivere e lavorare la materia sonora invece delle parole. In Correspondance dans le labyrinthe des sons (A. Castant – P. Franck, 2024), Alexandre Castant suggeriva che “il suono è attraversato dall’idea di assenza e di morte. La vita vi è fulminea perché vi si dona in negativo, ed è della sua perdita che scintilla.”[6]. Più avanti dirà di aver chiamato questo fenomeno “necrophonie”.
« On the other hand, what I like my music to do to me is awaken the ghosts inside of me. Not the demons, you understand, but the ghosts. »
David Bowie (parole riportate)[7]
Tiro fuori la mia chitarra, la mia fisarmonica, una vecchia tastiera Roland e qualche altra cosetta. Ritrovo il mio vecchio amplificatore, un piccolo audio mixer, dei cavi, qualche microfono… ho voglia di ritagliarmi il tempo per allestire il mio piccolo studio. Avevo sempre detto che l’avrei fatto, e poi… In fondo a un armadio, ritrovo un vecchio numero della rivista “L’Art Même”[8] in cui avevo scritto un articolo. Sfogliandola, mi imbatto in un testo che ricorda che uno dei compiti dell’arte oggi consisterebbe nel tentare, letteralmente, di “figurare l’infigurabile”[9], di rendere comprensibili alcuni dei grandi problemi del nostro tempo o l’impossibilità stessa di rappresentarli. “Per reinventare tutto, bisogna tornare sulla terra”[10], scriveva Bruno Latour in pieno confinamento. Non essere più creativi, diventare più digitali o partire nello spazio… Latour dice l’opposto della fuga: smettere di prenderci per esseri “al di sopra” della terra (moderni, globali, esterni al mondo), e accettare che siamo prima di tutto viventi situati, fragili, immersi in una zona molto concreta: la “Zona Critica” (il sottile strato in cui la vita è possibile).
In uno dei suoi ultimi editoriali, Philippe diceva che “nel cuore di un mondo in piena implosione, la cultura non può restare indifferente agli sconvolgimenti che la circondano.” Invocava lo scrittore Karl Kraus, che sottolineava il pericolo di un universo dominato dal “trionfo completo del materialismo, del mercantilismo, del produttivismo e del consumismo” e che già metteva in guardia: “la stupidità non è assenza d’intelligenza, ma d’immaginazione.” Philippe voleva rivendicare un approccio resistente e poetico, opponendosi all’isolamento distruttivo denunciato da Hannah Arendt e Alain Badiou, e difendendo una transculturalità e una transalterità fondate sulla creazione e sullo scambio. Non è un caso se questa lotta l’ha condotta a partire dalle arti sonore: il suono obbliga a condividere uno spazio, attraversa i muri, ignora le frontiere disciplinari. Mette i corpi in compresenza, anche quando non si guardano. Un’arte senza immagine esterna, senza eroi da ammirare, che fa emergere paesaggi, atmosfere, un’arte della deriva (cara a Guy Debord, e a Philippe). Per lui era un medium che rifiutava naturalmente il ripiegamento su di sé, un terreno in cui si potevano sperimentare altri modi di stare insieme.
« Acoustic space is where time and space merge as they are articulated by sound […] Deep Listening for me is learning to expand the perception of sounds to include the whole space/time continuum of sound— encountering the vastness and complexities as much as possible.« [11]
Pauline Oliveros
Lo sperimentatore sonoro, artista visivo e poeta americano John Cage diceva in “Silence. Lectures and Writings”: “Il mondo è pullulante: tutto può accadere.”[12] Gli si attribuisce del resto anche spesso la frase: “Essendo la situazione è disperata, tutto diventa possibile.”[13] Questo modo in cui il pensiero di Cage rovesciava la catastrofe in possibilità si ritrova anche in un’altra frase che Philippe amava citare: “Quando un rumore vi annoia, ascoltatelo.”[14] E se c’è una cosa evidente da dire di Philippe, è che voleva essere quell’orecchio lì. Non semplicemente uno che percepisce e si lascia facilmente sedurre, ma uno di quelli che ascoltano, curiosi delle vibrazioni, e prima di tutto: sempre. Philippe cercava, nel caos delle frequenze del mondo, l’inatteso, l’inespresso. Pensava che la storia fosse piena di rumori che nessuno aveva ancora identificato, di cui nessuno si era ancora servito. Voleva renderli udibili, agli altri. Assolutamente.
« I imagined the soundscape as a huge musical concert that is running continuously. […]. Since we are condemned to listen to it, why not try to improve it?« [15]
R. Murray Schafer


Ho lasciato di nuovo abbandonato questo testo per quasi due mesi. Ho composto alcuni silenzi spezzati che mi sono sembrati interessanti. Niente per cui valga la pena “fustigare un gatto”, come si dice in francese—nulla di che, ma mi ha fatto bene. Avevo quasi dimenticato quella sensazione in cui le parole e le immagini — così inesorabilmente importanti, ineludibili nella vita di tutti i giorni — diventano accessorie e l’esterno, comunque lo si intenda, superfluo.
Perché il suono vi penetra e vi satura. Non è uno spazio “esterno”, ma lo spazio in cui sono.
Ho anche esportato le 28076 email che Philippe e io ci siamo scambiati dal 2010, creato una cartella “À ranger” per circa 200 documenti di abbozzi comuni: auto-interviste incrociate non finite, scambi già molto avanzati destinati al progetto “Correspondances Confinées”[16] lanciato da Philippe nel 2020, materiale per editoriali, tutta una serie di bozze di idee e di ping-pong rimaste “a maggese”… cose per dopo, come dicevamo.
Una sorta di neutro barthesiano che rifiuta la chiusura, che resta aperto, disponibile, pronto a servire.
In giacenza.
Sono l’amministratore delle prove della solidità del nostro legame. Le mostro come per dire: “Guardate! Ehi! Potete dire altrettanto?”
È abbastanza pietoso, ma si fa anche quel che si può. E ho l’impressione, quasi come un sapore in bocca, che potrei facilmente restare a esplorare tutta questa materia fino all’impantanamento. Bloccato. Come in una glue.
Ho ascoltato in loop una playlist che avevo pubblicato online per il suo progetto “Paradise Now”[17], il suo doppio sonoro. Ci ho aggiunto alcune tracce, tra cui la sua composizione sonora di “Letter to No One”[18], un testo del suo amico, il poeta americano Ira Cohen: “sul superamento delle frontiere, sul tempo e sull’impermanenza.”[19]
Negli ultimi anni, almeno una volta a semestre, smistavo e riordinavo tutti i file digitali di Philippe. Quando l’ho conosciuto, da lui c’era un muro di CD, vinili, cassette, libri di ogni formato, riviste, manifesti, flyer, brochure e un mucchio di roba d’ogni tipo… letteralmente un muro (a volte alto un metro), in equilibrio, da entrambi i lati di un piccolo sentiero che conduceva dal suo ufficio fino alla sua camera.
A volte scavavamo piccoli passaggi in quei muri per andare a cercare qualcosa dietro. E ogni volta che usciva là fuori, nel vasto mondo, riportava delle “cose” nella sua caverna.
Ho dunque cominciato a mettere in ordine un’ultima volta i suoi file, qualche ora qua e là. Sapevo che Isabelle[20] faceva lo stesso, da parte sua, con le cose materiali. Ognuno metteva in ordine la propria porzione della vita di Philippe — che già mettevamo in ordine prima che ci lasciasse. Poi ci telefonavamo. Non c’era molto da dire, ma ogni volta durava a lungo. Philippe esisteva per accumulazione, assorbimento e ridistribuzione di materiali culturali — ciò che l’artista e teorico del remix Eduardo Navas chiama “a binder”[21], un legante. Nella sua produzione sonora, la logica del campionamento, le collaborazioni, l’interdisciplinarità non erano soltanto tecniche di composizione o modalità di circolazione, ma un modo di essere-nel-mondo. La creazione come nodo di flussi, non come origine.
Il suo interesse per la poesia, e ancor più per la poesia contemporanea e sonora, procedeva dallo stesso gesto. Un laboratorio di attenzione e di interlocuzione in cui le materie si assemblano, le voci si mescolano, il linguaggio si disfa e si ricompone. Una forma di resistenza senza eroismo: tenere uno spazio d’ascolto contro gli automatismi del senso; spostare l’ascolto per spostare il mondo. Di fronte all’accelerazione delle logiche di frammentazione e di settorializzazione, per lui era essenziale reinvestire l’arte come spazio di attrito e di trasformazione. Voleva che Transcultures, attraverso la sua impostazione pluridisciplinare, continuasse a portare avanti questa volontà di rompere i recinti tra gli orizzonti, di immaginare nuove forme di ospitalità artistica e di favorire la reinvenzione collettiva del reale. “Finché l’immaginazione persiste, finché la creazione trascende, resta sempre una foresta di possibili da esplorare”, mi scriveva in piena crisi del Covid.
Dal 1996, anno della creazione di Transcultures, sarebbe difficile contare i progetti che ha avviato, gli artisti che ha sostenuto, i ponti che ha costruito tra le discipline, tra le persone, tra gli “stranieri” che amava riunire. Philippe era un mediatore, un tramite. Viveva, in senso pieno, la creazione come legame. Non soltanto un’opera da esporre, ma un flusso, uno scambio, un dialogo. Per riprendere il pensiero del filosofo e poeta Édouard Glissant, l’identità non è una radice, ma un rizoma, una radice che va incontro ad altre radici[22], fino all’incontro. E Philippe voleva essere quel rizoma, collegando artisti, pensatori, sognatori: quella circolazione concreta nel quotidiano. È ciò che sintetizza il sociologo Daniel Vander Gucht[23], quando scrive: “la singolarità che l’arte persegue ostinatamente non è altro che la molteplicità dei nostri punti d’incontro con l’Altro.”[24]
“[L’arte] è, in qualche modo, un bug sociale.”[25]
Marc Veyrat

Credo sia per questo che Philippe era sempre in movimento, muovendo la sua massa imponente per andare incontro agli altri (e senza dubbio fino allo stremo delle forze). Nel primissimo testo che mi ha commissionato, nel 2009, scrivevo già che Philippe sapeva “che, per costruire ponti solidi, bisognava, molto prima, andare sul campo per incontrare, sentire il calore umano, creare un contatto diretto affinché le basi fossero solide”, e che non esitava affatto a “fare le valigie, anche se poi non le disfaceva spesso.”[26] Incarnava ciò che Gilles Deleuze chiamava una “linea di fuga”[27], una traiettoria che non smette mai di aprire possibilità, potenziali. Il suo spirito nomade era una necessità, una resistenza gioiosa ai quadri troppo rigidi, un invito a ripensare, a dissemplificare e a creare dentro l’opportunità di un altro modo di vedere, di ascoltare, di sentire. “Il pensiero complesso è indispensabile per affrontare l’incertezza e la complessità del mondo contemporaneo”, aveva scritto di recente parafrasando Edgar Morin: “rifiuta le semplificazioni mutilanti e si nutre del dubbio, dell’interrogazione, della messa in discussione.”[28]
Nel 2021, nella nostra corrispondenza tra due confinati, aveva annotato che “Nella corsa delle nostre vite troppo affrettate, a malapena ci accorgiamo che i giorni diminuiscono e le notti si estendono…” Vedeva in questo una fatica del tempo, una logica accelerazionista diventata riflesso culturale, che svuota il senso delle cose e provoca un esaurimento dell’attenzione. Per lui, la cultura doveva restare un luogo in cui si rallenta abbastanza per udire ciò che di solito scompare sotto il rumore. Mi sembra che non chiedesse all’arte di riparare il mondo (ripararlo da che cosa, innanzitutto?), ma di impedire che ci si sottragga — di credere nella necessità di restare vigili, e di metterci dello stile, del legame, del rischio… ciò che lo portava così spesso a scrivere e ripetere, ancora e ancora, quella parola “resistenza” (pur facendo sorridere qualcuno).
“L’importante, mi sembra, è riuscire a mettersi in ascolto di ciò che non c’è ancora — ed è dunque, in realtà, l’unico dominio dell’esistenza vera: non c’è che futuro.”[29]
Laurent De Sutter
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Post Scriptum
Bruxelles, 7 dicembre 2025.
Ceci n’est pas une fin[30].
Jacques Urbanska*
Nota sulla traduzione : Questa traduzione è stata realizzata dall’autore, cercando di restare il più possibile vicino alla versione francese e senza scegliere sistematicamente le soluzioni più idiomatiche in italiano, per preservarne immagini, ritmo e alcune torsioni di lingua — soprattutto quando l’originale non era già idiomatico in francese. Questo può talvolta produrre effetti insoliti (talora percepibili come una debolezza di traduzione), ma tale rischio è assunto consapevolmente a favore di una resa poetica più fedele. Nella maggior parte dei casi questi scarti sono segnalati nel testo tramite il corsivo (senza virgolette) e, più raramente, tramite le virgolette quando si tratta di termini o espressioni volutamente marcati.
- Werner Moron, “The Wall Street of Our Desires and Disillusions. Accounting Poetry”, citato in Martial Poirson, “Economic f(r)ictions”, Hybrid Revue, n. 2, 2015, nota 56 – Versione francese originale: “Le Wall Street de nos désirs et de nos désillusions. Une poésie comptable”, Multitudes, n. 57, “Art cent valeurs”, autunno 2014, pp. 138-144.
- Jacques Derrida, Béliers. Le dialogue ininterrompu : entre deux infinis, le poème, testo di una conferenza pronunciata in memoria di Hans-Georg Gadamer all’Università di Heidelberg (5 febbraio 2003), Parigi, Galilée, coll. “La philosophie en effet”, 2003, ed. digitale, s. p.
- Guy Sorman, Les vrais penseurs de notre temps, Parigi, Fayard, 1989, intervista “Octavio Paz”, p. 269 (paginazione citata, tra gli altri, da A. Caillé, “La rencontre-choc”, Cairn), versione digitale su archive.org.
- J. Derrida, Béliers, ed. digitale, s. p.
- Ascoltare su SoundCloud > soundcloud.com/transonic-be/maurice-charles-jj-epitaph-to-stephan-dunkelman-live-in-braine-lalleud-15-feb2021
- Alexandre Castant e Philippe Franck, Correspondances dans le labyrinthe des sons, Bruxelles, Éditions de La Lettre Volée, coll. “Essais”, 2024, p.
- David Bowie, parole citate da Mike McNeilly nel comunicato stampa “Entertainment Legends David Bowie and Carrie Fisher Memorialized in New Mural Installation”, Newswire, Hollywood (CA), 18 gennaio 2017, online – ed. digitale, s. p.
- creationartistique.cfwb.be/arts-visuels/ressources-des-arts-visuels/publications/lart-meme
- Jean-Baptiste Carobolante, “Oh les beaux jours ! Pour une esthétique des moyens disponibles. 9ᵉ Biennale de Louvain-la-Neuve”, L’Art même, n. 74, novembre 2017 – febbraio 2018, pp. 28-29.
- Bruno Latour, Où suis-je ? Leçons du confinement à l’usage des terrestres, Parigi, La Découverte, 2021, ed. digitale, s. p.
- Pauline Oliveros, Deep Listening: A Composer’s Sound Practice, Lincoln / Shanghai, iUniverse, 2005, cap. “Acoustic Space” (Introduzione), ed. digitale, s. p. (versione PDF consultabile sul sito di agosto-foundation.org)
- John Cage, Silence. Lectures and Writings, Middletown (Conn.), Wesleyan University Press, 1961, testo “2 Pages, 122 Words on Music and Dance”, p. 96. Versione digitale consultabile su Internet Archive: https://archive.org/details/silencelecturesw1961cage
- Formula comunemente attribuita a John Cage in francese, senza fonte primaria identificata. Più verosimilmente una citazione di folklore contemporaneo.
- Una sola fonte attribuisce questa formula in francese a Cage, come proveniente da un testo o da un’intervista pubblicata in Le Monde de l’éducation, numero luglio-agosto 2001. Ma potrebbe trattarsi anche di una parafrasi di un’affermazione più antica, spesso presentata come un “kōan” di Cage sulla noia: “If something is boring after two minutes, try it for four. If it’s still boring, try it for eight, sixteen, thirty-two, and so on. Eventually one discovers that it’s not boring at all but very interesting.” (John Cage citato da Wes Nisker, “John Cage and the Music of Sound”, Inquiring Mind, vol. 3, n. 2, Winter 1986, pp. 4-5, ripreso online, ed. digitale, s. p.)
- R. Murray Schafer, “I Have Never Seen a Sound”, Environmental & Architectural Phenomenology (EAP), vol. 17, n. 2, 2006, pp. 10-15. Versione digitale scaricata tramite il sito Studying Sound (PDF). Testo tratto da una conferenza pronunciata come keynote al 12th International Congress on Sound and Vibration (ICSV12), Lisbona, luglio 2005.
- transcultures.be/2020/05/15/correspondances-confinees-commandes-doeuvres-poetiques-nola2020
- soundcloud.com/transonic-be/sets/paradisenow
- Paradise Now + Ira Cohen, Letter To No One, in City Sonic 2005, CD compilation, Transonic / Transcultures, Mons, 2005.
- Ira Cohen – “A Letter To No One”. Bruxelles: Théâtre Varia, 1996.
- La sua compagna, con cui formava il duo Isa*Belle+Paradise Now – transcultures.be/isabelle
- Eduardo A. Navas, Remix Theory: The Aesthetics of Sampling, Vienna/New York, Springer, 2012, p. 4.
- Édouard Glissant contrappone l’identità-radice unica all’identità-rizoma, “radice moltiplicata” che “apre Relazione”. Si veda, per esempio: Poétique de la Relation (Parigi, Gallimard, 1990) e le analisi riprese in “La pensée du rhizome chez Édouard Glissant”, Madinin’art, 2005.
- Inoltre responsabile della casa editrice “La Lettre Volée” > vdg.lettrevolee.com, all’interno della quale Philippe ha pubblicato diversi libri > lettrevolee.com/spip.php?mot66
- Daniel Vander Gucht, L’Expérience politique de l’art. Retour sur la définition de l’art engagé, Bruxelles, Les Impressions Nouvelles, coll. “Réflexions faites”, 2014, p. 90.
- Marc Veyrat, “i-REAL : Voyage dans les cartographies sensibles”, parole raccolte da Philippe Franck, Turbulences Vidéo, n. 114, Clermont-Ferrand, VIDEOFORMES, gennaio 2022, p. 55.
- Jacques Urbanska, “TRANSAT[contamine] : syndrome de contamination positive”, Revue Turbulences Vidéo, n. 65, Clermont-Ferrand, VIDEOFORMES, 2009, pp. 21-25.
- Gilles Deleuze & Félix Guattari, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrénie 2, Parigi, Éditions de Minuit, coll. “Critique”, 1980, cap. “Introduction : Rhizome”.
- Sulla pensée complexe, si veda in particolare: Edgar Morin, Introduction à la pensée complexe, Parigi, ESF, coll. “Communication et complexité”, 1990 (ried. Parigi, Seuil, coll. “Points / Essais”, 2005).
- Laurent de Sutter, Superfaible. Penser au XXIᵉ siècle, Parigi, Flammarion, coll. “Climats”, 2023.
- Ceci n’est pas une fin. Nota del traduttore: allusione alla formula di René Magritte, Il tradimento delle immagini (1929): “Ceci n’est pas une pipe.”
*Testo pubblicato nel libro “24H/24 Paradise” (Société i-Matériel, gennaio 2026).
*Visual credits: Transcultures, Isa*Belle, Philippe Franck


